Il 26 giugno 2024 il giudice Ramona Manglona, nella U.S. District Court for the Northern Mariana Islands a Saipan, ha omologato il plea agreement tra Julian Assange e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Assange si è dichiarato colpevole di «conspiring to unlawfully obtain and disseminate classified information relating to the national defense of the United States», un singolo capo dell’Espionage Act del 1917. Condanna: 62 mesi di reclusione, interamente coperti dal tempo già scontato nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh nel Regno Unito. Assange è tornato libero quello stesso giorno e ha volato in Australia, dove è atterrato il 26 giugno in serata (ora locale).
Su cyberness.it avevamo seguito questa vicenda dal novembre 2020 — la mobilitazione attorno alla famiglia Assange, il post di Oliver Stone con l’hashtag #FreeAssange, la figura di Chelsea Manning — fino alla sentenza del gennaio 2021 con cui la giudice Vanessa Baraitser aveva bloccato l’estradizione per motivi di salute mentale. Fra quella sentenza e Saipan sono passati tre anni e mezzo di ricorsi statunitensi, contro-ricorsi britannici, decisioni della High Court di Londra. Questa è la chiusura di quella vicenda.
Cosa Assange ha ammesso, e cosa il governo USA ha lasciato cadere
Nella superseding indictment del giugno 2020 il Dipartimento di Giustizia contestava ad Assange diciotto capi di imputazione: diciassette ai sensi dell’Espionage Act e uno ai sensi del Computer Fraud and Abuse Act. L’accusa era di aver cospirato con Chelsea Manning, allora analista dell’intelligence dell’esercito statunitense, per ottenere e diffondere documenti classificati riguardanti la difesa nazionale: i war logs sull’Iraq e sull’Afghanistan, i cablogrammi diplomatici del Dipartimento di Stato, i file dei detenuti di Guantanamo.
Il plea agreement ha ridotto questo impianto a un unico capo: la cospirazione per ottenere e diffondere informazioni di difesa nazionale classificate. Gli altri diciassette capi sono stati archiviati. Il DoJ ha motivato la scelta di Saipan, un territorio americano nel Pacifico sede della U.S. District Court for the Northern Mariana Islands, con l’opposizione di Assange a recarsi negli Stati Uniti continentali e con la prossimità geografica all’Australia, paese di cui è cittadino.
Fra le condizioni dell’accordo c’è il divieto di rientro negli Stati Uniti senza autorizzazione. Dopo il pronunciamento, Assange ha volato a Canberra. Sua moglie Stella Assange ha scritto su X: «Julian is free!!!!», ricordando che l’assistito aveva passato «più di cinque anni in una cella di due metri per tre, isolato 23 ore al giorno».
Un precedente nuovo per il giornalismo
Il passaggio legale che dura oltre il caso è che Assange è il primo editore nella storia degli Stati Uniti condannato ai sensi dell’Espionage Act. Fino al 2019, il governo aveva sempre perseguito le fonti di informazioni classificate — da Daniel Ellsberg a Chelsea Manning a Reality Winner — mai il soggetto che quelle informazioni le pubblicava. Con la superseding indictment del 2019 prima, e con il plea del 2024 poi, questa linea si è rotta.
Organizzazioni come il Committee to Protect Journalists hanno letto il plea deal come un modo per l’amministrazione Biden di «salvare la faccia» senza rinunciare all’impostazione accusatoria. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato che «la prigionia e la tortura di Assange sono state un attacco alla libertà di stampa globale». Il punto tecnico resta: una condanna sotto Espionage Act per aver pubblicato documenti classificati è ora un precedente concreto, utilizzabile.
Cosa cambia per chi fa giornalismo digitale
La difesa di Assange sosteneva che le attività contestate — sollecitare fonti, ricevere materiali, pubblicare documenti di interesse pubblico — sono identiche a quelle che ogni giorno svolgono redazioni investigative di tutto il mondo. Il plea deal non ha risolto questa obiezione: l’ha aggirata. Nessun tribunale federale statunitense ha pronunciato una sentenza su quanto l’attività di un editore sia protetta dal Primo Emendamento quando tocca materiale classificato. La questione resta aperta, ma con una sola precedente condanna appesa al caso come riferimento.
Per il giornalismo digitale — incluse le inchieste che lavorano con SecureDrop, leak di whistleblower, archivi cifrati — la lezione operativa è che il perimetro legale entro cui una pubblicazione riceve e diffonde materiale classificato non è più teorico. Il perimetro è definito da un plea agreement fra un singolo imputato e un’unica procura federale; chi lavora in quella zona ha ora un riferimento concreto, e non favorevole.
Il filo rosso che da Chelsea Manning portava ad Assange si è chiuso a Saipan. Restano i cablogrammi ancora leggibili online, i report dei war logs, i cinquantamila documenti del Cablegate che continuano a essere citati nei processi per crimini di guerra. E resta un precedente legale che, chiunque scriva di sicurezza nazionale oggi negli Stati Uniti, deve avere presente.
Fonti
U.S. Department of Justice, Office of Public Affairs, «WikiLeaks Founder Pleads Guilty and Is Sentenced for Conspiring to Obtain and Disclose Classified National Defense Information», 26 giugno 2024.
U.S. Department of Justice, «WikiLeaks Founder Julian Assange Charged in 18-Count Superseding Indictment», 24 giugno 2020.
Al Jazeera, «Julian Assange freed: What’s the deal the WikiLeaks founder struck with US?», 25 giugno 2024.
International Bar Association’s Human Rights Institute, comunicato 25 giugno 2024.
